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Massimo Germoglio
Titolare e Editor Director Rumblefish

Massimo Germoglio

Come si manifesta la creatività in un lavoro di post-produzione?

Nel film ‘Coccinelle’ c’è stato il nostro evidente contributo in termini di effetti speciali e animazione tridimensionale ma anche un supporto verso la produzione per poter realizzare un filmato di quel tipo.
Il regista Riccardo Paoletti, che non ci conosceva, quando la produzione ha proposto di lavorare con noi ci ha detto: ‘bene, vediamo queste coccinelle..’; Vincenzo, che è il nostro capoarea, ha realizzato in men che non si dica un provino molto convincente: nessuno credeva fosse un 3D, tutti pensavano fosse una fotografia...
Di lì siamo partiti: c’è stato tutto un lavoro di preparazione, abbiamo seguito le riprese sul set e poi ovviamente tutta la postproduzione: animazione e modellazione, compositing e color correction, che è una delle cose più importanti perché ti consente di amalgamare bene la parte vera con la parte finta, ottenendo un effetto molto naturale. Un lavoro quindi realizzato in team, con la produzione e il regista, che era molto preparato e ci ha consentito di lavorare al meglio.
E di lì abbiamo continuato: infatti è nato un rapporto con Riccardo, insieme al quale abbiamo continuato a lavorare.

Il videoclip di Giorgia è stato un lavoro abbastanza semplice, senza grossi effetti speciali: noi abbiamo preparato tutta la parte di ologrammi laser, che sono stati proiettati durante le riprese, oltre alla parte successiva di compositing, di color correction...
Altre volte il videoclip richiede interventi più complessi: ad esempio, sempre con Paoletti, ci è capitato di fare un videoclip di Irene Nonis in cui abbiamo realizzato tatuaggi ‘viventi’ della cantante che venivano riproposti sul corpo del ragazzo protagonista... quello è stato un lavoro complicato, che ha richiesto un impegno in fase di preparazione e di supporto sul set..

Il nostro contributo dipende insomma da ciò che ci viene richiesto: noi siamo molto disciplinati nella catena produttiva, ci adeguiamo alle esigenze, facciamo anche service puro e semplice, se il cliente ha già le idee chiare, noi ci limitiamo ad eseguire: a chi ci chiede 100 diamo 100, a chi ci chiede 10 diamo 10, non ci scandalizziamo se ci viene richiesto di fare manovalanza pura.... che poi non è mai semplice manovalanza, perché le competenze, l’esperienza che sta dietro in qualche modo si vede.
Quando, però ci poniamo un obbiettivo, lo affrontiamo con l’approccio giusto.
Ad esempio, quando abbiamo iniziato, la Rumblefish non aveva un reparto 3D, però quando abbiamo deciso di costruirlo, lo abbiamo fatto bene: siamo partiti dall’esperienza, la cultura, il gusto accumulati negli anni.
Quando affrontiamo un lavoro complesso, lo facciamo in modo armonico, considerando le vari componenti, ed un esempio è l’uso del 3D, dove il compositing, l’uso delle luci, delle textures o delle prospettive, associato all’animazione ed alla modellazione, è fondamentale per rendere realistica un’immagine tridimensionale ed avere un risultato di qualità.
Quindi tutte le nostre conoscenze pregresse vengono messe al servizio della tecnica e questo si vede nella qualità: ad esempio in ‘Coccinelle’, dove le coccinelle sembrano vere.

Da dove vengono le vostre esperienze, il vostro know how?

Credo di poter dire senza presunzione che noi, fin da quando siamo nati più di 10 anni fa, abbiamo modificato le regole della post produzione.
Quando ci siamo affacciati su questo mercato, la post-produzione era un settore molto tradizionalista, molto statico, legato a vecchi standard; noi abbiamo un po’ rotto le barriere, abbiamo fatto scelte abbastanza rivoluzionarie grazie al mio background professionale: io sono infatti un montatore e, una volta, chi faceva montaggio era obbligato a conoscere una serie di cose, attinenti sia al momento creativo, perché si lavora a contatto con il regista, sia a tutta la parte di edizione, all’organizzazione del flusso di lavoro che precede o segue il montaggio (sviluppo e stampa, telecinema, effetti speciali, grafiche...); questo era tutto racchiuso nel mestiere del montatore.

Dunque, pur avendo un passato di montatore ‘tradizionale’, perché vengo dalla pellicola, fin dall’inizio, trovandomi a fare i conti con tecnologie informatiche che iniziavano ad affermarsi, ho colto questo segnale come una illuminazione.
Parlo della fine degli anni ’80, quando ho iniziato ad usare i sistemi non lineari per il montaggio: sono stato il primo ad usare Avid in Italia, collaborando al suo sviluppo; allora le tecnologie concorrenti erano diverse ma io, testardamente, sono andato a vedermi tutti i sistemi in uso all’epoca (ce n’erano almeno una decina, tra cui alcuni illustri, poi scomparsi...) e ho puntato su questo, costruendomi una sorta di carriera di ‘pioniere’ in questo campo.

La mia esperienza professionale, sommata a queste nuove tecnologie, come Avid Media Composer ad Inferno, che siamo stati tra i primi ad usare, ha dato origine alla peculiarità di Rumblefish, che nasce già con tutte queste nuove tecnologie, quindi con un approccio differente ed innovativo.
E tutto questo supportato da un mio chiodo fisso, quello di dare un peso diverso alla post-produzione: all’epoca la post-produzione era vista come un service, un momento passivo, in cui si affittavano ore di professionisti... noi abbiamo stravolto questa logica, dicendo: noi abbiamo la migliore tecnologia sul mercato, la più nuova, ma la diamo quasi per scontata; quello che noi offriamo è una consulenza, persone che sanno leggere uno storyboard, darti una mano a realizzare uno script che magari nasconde delle insidie o delle lacune narrative... ti diamo una mano e ti accompagniamo dalla pre-produzione al prodotto finale.

Quindi, mentre la post-produzione tradizionale partiva da un certo punto in poi, noi partiamo dall’inizio, dal montaggio, con nostri montatori: ci tengo infatti a sottolineare che noi abbiamo sempre puntato alla qualifica professionale prima che alla capacità tecnica, per cui il montatore è un montatore, prima che un tecnico che sa usare Avid, e il grafico è un grafico, non uno che sa usare Photoshop...
Questo ci ha portato a dare grande importanza alla formazione: noi abbiamo immesso molti professionisti nel settore; molte delle persone che operano in questo settore sono ‘nate’ qui...
Quindi formazione, sperimentazione, ricerca, gestione... questo ci rende abbastanza unici nel mondo della post-produzione.

Questa connotazione ‘ampia’ della post-produzione verso che tipo di lavori vi orienta?

Questa connotazione ci mette in grado di poter operare indistintamente su tutti i tavoli; non a caso ci troviamo a lavorare sui videoclip, sulla pubblicità, ma anche a fare la grafica per MTV piuttosto che i promo per Sky, piuttosto che a lavorare su un progetto multimediale per l’AEM o a fare un film: nel 2000 siamo stati infatti i primi in Europa a realizzare un film (Honolulu Baby, per Nichetti) interamente postprodotto in digitale... proprio per la nostre flessibilità e apertura, una versatilità che appare evidente dal nostro show reel.

Questo modo di lavorare implica una struttura consistente, immagino..

Sì, noi mettiamo a disposizione del cliente una quantità di persone che raramente si vede: noi fin dall’inizio avevamo i producer, che per noi è il primo avamposto, quello che prende il brief, dà una consulenza sul progetto, fa un preventivo... il producer interno è il nostro primo cliente, perché è quello che poi fa da referente verso il cliente esterno.
Poi noi abbiamo sempre avuto i capi-area, che discutono il progetto con il producer e il cliente; infatti siamo divisi un po’ all’anglosassone per area di competenza (editing, compositing, effetto speciale, grafica...); il cliente non va a parlare con l’operatore ma con la persona che è responsabile di quell’area supportato dal Producer.
E’ una struttura a scatole cinesi, il che consente di tenere sotto controllo il progetto in modo capillare e garantire al cliente un punto di riferimento, che dà garanzia di affidabilità e precisione: c’è la qualità professionale del singolo, ma c’è anche una forte identità di gruppo, che è data dal nostro nome, da una struttura che fa da garanzia, al di là delle persone che possono cambiare.

Per questo noi siamo sempre stati sovrastrutturati: io ho sempre pensato che per fare bene le cose ci vuole la gente, gente qualificata.
Oggi senza una struttura ben organizzata non sarebbe possibile sopravvivere, perché ci si misura sempre più con la velocità, con un modo di lavorare sempre meno preciso e professionale per cui tu ti trovi a sopperire a tutte le lacune dovute alla fretta e all’improvvisazione... ti trovi molto spesso a dover lavorare con gente impreparata, che ti porta il progetto troppo tardi o sbagliato, per cui i tempi si riducono...

Si può parlare di uno scadimento generale nel modo di lavorare?

Il modo di lavorare è senz’altro peggiorato, perché diminuiscono i professionisti e aumentano gli improvvisati: si cerca di comprimere i costi e così chi ha più esperienza e qualità rischia di essere marginalizzato.
Da noi questo non succede: noi non facciamo lavorare lo stagista col cliente, da noi c’è un iter da seguire e il giovane solo quando è pronto viene gradualmente buttato nella mischia...

Purtroppo, in questo mercato, dove si guarda sempre meno alla qualità del lavoro e sempre più al guadagno, non sempre la qualità professionale viene riconosciuta... a volte ci sentiamo un po’ mosche bianche, abbiamo la sensazione che le nostre potenzialità non possano essere dispiegate interamente, proprio perché il mercato si muove oggi su altri binari...
Ma a me non interessa essere il primo della classe: quello che vorrei è che ci fosse una corrente, una tendenza in questo senso, essere i primi e rimanere soli non è una gran soddisfazione...
Le soddisfazioni sono invece quando la qualità del tuo lavoro viene riconosciuta, quando il cliente si rivolge a te proprio perché lavori in un certo modo, come accade con MTV, di cui curiamo la grafica televisiva o come è recentemente accaduto con Sky, che quando è venuta in Italia si è rivolta a noi perché avevamo questo tipo di connotazioni.

Come si può far convivere la qualità professionale con le esigenze del mercato?

Io penso che in fondo la pubblicità è frutto di un grande compromesso, che deve far convivere la creatività con le esigenze commerciali... alla fine la pubblicità deve fare vendere, non mi faccio illusioni in questo senso e tratto col massimo rispetto qualunque tipo di lavoro, che si tratti di vendere detersivi o automobili.

Però è anche vero che il nostro mestiere potrebbe essere fatto con canoni professionali superiori, ed è quello che qui manca, rispetto ad altri paesi: quello che mi amareggia è il pressapochismo, questo modo di lavorare che valorizza poco la qualità, questo è la cosa triste, quello che avvilisce chi cerca di fare questo lavoro con professionalità... questa rincorsa alla riduzione dei costi, che finisce per appiattire la professionalità al livello più basso... questo non crea sviluppo, non crea crescita, crea meno possibilità per tutti... ma è un discorso ampio, che purtroppo va ben oltre i confini del mercato pubblicitario.

Una nota di speranza, pensando al futuro...

Oggi è difficile essere ottimisti e positivi ma bisogna sforzarsi di esserlo: non ho difficoltà a dire che questi ultimi due anni sono stati molto duri e ci hanno costretti ad accantonare alcuni progetti, ma non ad abbandonarli.
Io penso dunque ad un rafforzamento di questa azienda, con un aumento di servizi, come il telecinema, con la realizzazione di una catena per la realizzazione di film in digitale, con l’apertura di una sede a Roma e con la partnership con una azienda straniera; tutti progetti pronti a partire, non appena il mercato lo consentirà...

Per finire, il mio sogno nel cassetto: creare, a Milano, un polo produttivo, che racchiuda, in un’area molto grande (almeno 20.000 mq), aziende diverse, in grado di offrire teatri di posa, sale di montaggio, effetti speciali, post-produzione... il tutto accompagnato da servizi come ristoranti, cinema...
A Milano non esiste nulla del genere, che sia un punto di riferimento come potrebbe essere Cinecittà a Roma; è’ un progetto molto ambizioso ma utile a far ripartire questo settore nel nostro paese altrimenti, mentre gli altri partecipano a progetti per la realizzazione di film importanti, noi non siamo in grado di farlo, perché non abbiamo le strutture, le risorse... per essere grossi dobbiamo essere in tanti, dobbiamo internazionalizzarci, puntare ad essere europei, per poter acquisire grosse produzioni, che sono poi quelle che ti consentono di finanziare gli investimenti in tecnologie, in formazione...
Io ci lavoro da anni, parecchie aziende hanno già aderito; continuerò a lavorarci, cercando di aggregare realtà diverse e sperando in un miglioramento delle condizioni che consentano a questo sogno di realizzarsi.

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8 agosto 2019
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