ENTRARICERCA

Massimo Germoglio
Titolare e Editor Director Rumblefish

Senza titolo

Iniziamo da uno dei vostri lavori, il film Thomson, premiato con il Mediastar nella sezione tv e cinema....

Thomson è stato un lavoro molto stimolante perché l’agenzia è venuta da noi con un’idea non facilmente realizzabile. Si trattava infatti del piano sequenza di un monitor LCD in cui si vedono le immagine di un classico horror, stile Dario Argento: suono e immagini sembrano così reali che al tappeto che copre il pavimento si drizza il pelo per la reazione di paura.
L’idea è molto carina, semplice e divertente ma, come sempre, andava realizzata in poco tempo e con budget limitati: così abbiamo realizzato l’intero filmato in 3D, a parte le immagini che scorrono nel televisore, realizzate dall’agenzia, su cui noi siamo intervenuti in post-produzione. Il risultato è stato molto fotorealistico e sia l’agenzia che il cliente ne sono rimasti molto contenti: mi fa piacere che il lavoro abbia ricevuto riconoscimenti per tutti, per l’agenzia che ha avuto l’idea e per noi che l’abbiamo realizzata.

Quali sono stati gli aspetti più difficili da realizzare?

Come sempre, quando ti confronti con oggetti non immaginari ma presenti nella realtà, c’è dietro un lavoro molto rigoroso di ricerca, per trovare elementi reali a cui rifarsi. In questo caso, la cosa più difficile è stata la realizzazione del tappeto, che era in primo piano: abbiamo quindi cercato di rifarci a quei tappeti molto folti, che si usavano nelle nostre case negli anni ’70, e poi l’abbiamo realizzato interamente in 3D.

In questo caso gli effetti speciali hanno avuto un ruolo fondamentale: questo accade spesso?

Questo è il classico film che non si sarebbe potuto realizzare diversamente. Oggi questo accade spesso, anche se in un modo più raffinato rispetto al passato. Infatti, come sempre, quando c’è una novità si tende inizialmente ad utilizzarla magari in modo un po’ eccessivo. Anche il termine ‘effetto speciale’ risente un po’ della vecchia concezione, che puntava a stupire e che veniva utilizzato, e questo accade tuttora nel cinema, per certi generi ben precisi, dalla fantascienza al fantasy all’horror.
Oggi in pubblicità si fa un uso un po’ più sofisticato, l’effetto speciale viene messo al servizio di un messaggio ironico, più colto.

Questo influenza anche i contenuti, lo stile del messaggio?

Certo, il mondo audiovisivo, e non solo la pubblicità, risente molto in termini di linguaggio delle tecnologie digitali perché le maggiori possibilità dal punto di vista creativo e realizzativo consentono una maggiore flessibilità, apertura, fantasia.
Questo si nota anche, ad esempio, nella campagna Fiat Punto e Stilo, che abbiamo realizzato, dove si uniscono l’idea creativa dell’agenzia, una grande capacità di innovazione da parte del cliente, e il nostro modo di lavorare, di offrire un certo tipo di trattamento.

Oggi si vede in giro maggiore o minore creatività?

La scarsa creatività è sempre stata una caratteristica del mercato italiano. E questo non dipende certo dalle agenzie, anzi: in questi anni ho davvero apprezzato il ruolo che i nostri creativi hanno saputo svolgere, non si sono adattati, non si sono arresi a questa situazione, continuano ad avere voglia di proporre idee innovative.
Mi riferisco invece ad una mentalità molto ‘repressa’ da parte delle nostre aziende: siamo pieni di belle idee che poi non vengono approvate dal cliente e rimangono nel cassetto.
In questo periodo di ‘austerity’, per usare un eufemismo, vedo però un risvolto positivo, almeno per noi: il fatto che ci siano meno risorse disponibili porta a sviluppare una specifica creatività, molto orientata verso il lavoro di post-produzione, proprio per limitare i costi. E questo si traduce in un linguaggio semplice, innovativo, spesso ironico.

Quindi il mercato della post-produzione dovrebbe ricavarne un certo impulso...

In parte sì, ma purtroppo molte case di produzione scelgono ancora di lavorare all’estero, cosa che oggi mi pare francamente immotivata: ormai siamo tutti adulti e abbiamo dimostrato di saper gestire grandi progetti.
Francamente, non capisco la ragione di questa tendenza: forse si pensa di fare colpo sul cliente dandogli in pasto nomi altisonanti, che hanno indubbiamente un appeal superiore ai nomi italiani. E così per il progetto medio-piccolo, con un budget limitato, vengono da te; tu lo fai bene, vinci anche dei premi, sono tutti contenti ma poi, quando c’è il progetto grosso, vanno all’estero.
Questo purtroppo crea una spirale negativa: credo che in Italia ci sia sempre stata poca volontà di far crescere questo settore, è un problema di sempre, anche se in questo periodo si avverte maggiormente. Così in molti hanno gettato la spugna, e il settore finisce per impoverirsi di presenze anche importanti: non si passa il testimone, e così si perde un patrimonio di storia, di esperienza...

Quali sono le maggiori difficoltà, oggi, nel lavorare in questo campo?

Le strutture di medie dimensioni, come la nostra, hanno comunque sempre bisogno di qualcuno che creda in loro, perché l’innovazione, la sperimentazione, costano: devi avere professionisti preparati, tecnologia d’avanguardia, investire in formazione...
Ecco, la cosa peggiore di questo momento difficile è proprio questa, l’impossibilità di programmare, di impostare qualsiasi politica imprenditoriale: si deve vivere alla giornata, si deve limitare la sperimentazione, la formazione di nuove professionalità, e quindi viene meno l’entusiasmo, la voglia. Bene che vada, oggi si galleggia.

Qual è la vostra strategia per affrontare questi problemi?

La nostra strategia è, oggi come prima, quella di portare avanti quantità e qualità, efficienza ed innovazione, affidabilità e creatività.
E infatti i nostri migliori clienti sono appunto le agenzie, che apprezzano questo mix: il fatto di saper gestire sia i progetti più quotidiani e ripetitivi sia i progetti con una forte componente creativa.
Poi abbiamo fatto delle scelte importanti: ad esempio, abbiamo cambiato sede. Una scelta motivata dai ragioni economiche ma di cui siamo oggi molto contenti: siamo in una zona residenziale molto bella, con tanto verde, silenziosa, facilmente raggiungibile... insomma, non sembra neppure di stare a Milano.

Ma i vostri clienti che cosa ne pensano?

Anche loro sono contenti. Infatti oggi la logistica, il ‘dove sei’, non è più così importante perché il modo di lavorare è cambiato.
Prima, la post-produzione coinvolgeva anche fisicamente il cliente, che era abituato a venire qui, sedersi dietro ai tecnici, seguire il lavoro.... quindi tu dovevi essere vicino ai tuoi clienti.
Oggi, tutto viaggia per via elettronica, tutto è molto più semplice e più produttivo: grazie alle linee veloci, grazie alla qualità buona del video e dell’audio che tu mandi, grazie al fatto che le agenzie si sono strutturate per visionare all’interno il materiale. Poi, noi siamo ben strutturati a livello informatico, abbiamo un nostro server, un FTP dedicato, per cui possiamo dare un servizio che consente ai nostri clienti di lavorare meglio: ad esempio, quando il funerale del Papa ha paralizzato Roma, abbiamo potuto spedire all’emittente i materiali che dovevano andare in onda per via elettronica.
Certo, ci ha perso un po’ il rapporto tra le persone: prima era più divertente, oggi si esagera un po’ con la mancanza di relazione diretta, alle volte si dà per scontato che un materiale sia stato visto ed approvato, si creano dei malintesi... ci si dovrà adeguare a questo modo di lavorare.

La tecnologia sta quindi cambiando l’organizzazione del lavoro...

Sì, un altro cambiamento nel nostro modo di lavorare è la tendenza avere meno stazioni grosse e potenti e più stazioni piccole, grazie a software più flessibili, più economici, più versatili e a personal computer sempre più veloci.
Quindi oggi si preferisce frazionare maggiormente il lavoro, anche perché il cliente tende ad esternalizzare maggiormente alcune fasi del lavoro, ad affidarci il progetto, con la sua dead line, senza necessità della sua presenza fisica; questo ci consente di organizzare meglio il lavoro nell’arco della settimana. Non c’è più quindi la necessità di prenotare grosse macchine, con il cliente dietro che ti diceva ‘sopra, sotto, destra, sinistra’, oggi il nostro lavoro è sempre più di vera e propria produzione.

Che tipo di cliente si rivolge a voi?

Noi non siamo mai stati un service: da noi viene chi vuole realizzare cose particolari. Per questo ci capitano sempre più spesso progetti complessi, nati proprio per essere realizzati in post-produzione: ad esempio, per Alfa Romeo abbiamo realizzato un’auto che sciava...
Per questo lavoriamo molto con le agenzie, che apprezzano questo nostro modo di lavorare e con cui lavoriamo in grande sintonia.

Progetti?

Nell’attuale situazione, i progetti tendono purtroppo a rimanere progetti, sono un po’ congelati....
Comunque, noi non ci adeguiamo e non ci rassegniamo: non appena terminerà questo periodo di ‘mantenimento’, ricominceremo a pensare allo sviluppo, a nuove idee.
I sogni sono la base della nostra vita, non bisogna rinunciarvi

Che cosa chiederesti al mondo della pubblicità?

Chiederei ad agenzie e case di produzione di avere il coraggio di investire maggiormente in questa direzione.
Forse oggi sarebbe il momento di osare, di dare fiducia a chi lo merita, di mostrare una maggiore coesione tra tutti noi che lavoriamo in questo ambito.

MediaForm

Mediaform nasce con l'obiettivo di ricercare le possibilità di sinergia e interazione fra il mondo accademico e la realtà delle agenzie

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Ultimo aggiornamento:
6 dicembre 2019
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