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Federico Brugia
Regista in esclusiva The Family

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Federico Brugia - Regista in esclusiva The Family

Tra i vostri lavori premiati e nominati, c’è un film per BMW che tu hai diretto: partiamo da questo?

Sì, questo è un film che ho fatto molto volentieri perché segna un po’ una svolta per BMW, che in passato ha sempre giocato su immagini molto eleganti, quasi eteree, su mondi esclusivi; ‘Sasso’ invece è un film apparentemente molto semplice, realistico, addirittura crudo, con una luce molto particolare... anche se in realtà c’è dietro una ricerca estetica fortissima: ad esempio abbiamo utilizzato ben 4 macchine da presa per poter girare tutto il film al tramonto, in modo da ottenere quella particolare luce in macchina, una citazione di film anni ’70; poi abbiamo usato la macchina da presa a mano, con una ricerca dell’inquadratura affinché non fosse troppo precisa... insomma, quasi un lavoro di distruzione dell’estetica classica della pubblicità per andare verso un maggiore realismo, una tendenza che oggi caratterizza gran parte dei film di qualità.

Ad esempio un altro nostro lavoro premiato, il film ‘Angels’ per Generali, è stata una produzione grandiosa, non solo per il livello della regia ma anche perché abbiamo girato in vari paesi d’Europa, con casting locali abbastanza difficili, però tutti con gente ‘normale’: le facce sono vere, come anche l’abbigliamento e le location, tutto è volto ad ottenere un effetto di realtà.

Questa tendenza al realismo come nasce?

Oggi si tende ad allontanarsi dal modello anni ’80-‘90 di pubblicità patinata, che mostra mondi lontani, poco credibili, fortemente aspirazionali. Questo da un lato è un sintomo di maggiore intelligenza del pubblico, di un pubblico che non ha più voglia di essere preso in giro, di aspirare a mondi esageratamente eleganti, a famiglie incredibilmente felici, a modelli di bellezza poco verosimili... Dall’altro è sintomo di una crisi non solo economica ma anche di valori, che comincia ad essere digerita e che non può essere attutita da una pubblicità troppo finta o troppo buonista, che rappresenta valori poco credibili.

A questa nuova estetica corrisponde anche ad un cambiamento di contenuti?

Sì, questa estetica del quotidiano non che è il punto d’arrivo: la partenza sono appunto contenuti creativi diversi, più quotidiani, più legati alle piccole cose della vita, alla poesia dei sentimenti normali: se un tempo per arrivare al piccolo piacere dell’amaro si partiva da aerei e salvataggi di cavalli, oggi si tende a partire direttamente dal bicchiere. Si tende ad epicizzare la normalità di tutti i giorni e anche i grandi temi, se ci sono, vengono umanizzati, ricondotti a valori quotidiani e vicini.

Poi c’è la parte brutta di questo trend, cioè la tendenza al voyeurismo, la moda dei reality show: come ha detto Sabina Guzzanti, una volta la televisione faceva vedere cose molto noiose ma noi attorno alla televisione accesa facevamo cose interessanti: parlavamo, ci facevamo il caffé, facevamo l’amore; adesso le persone fanno le stesse cose ma dentro la televisione... questo è l’aspetto deteriore, questo riproporre il quotidiano, il privato di personaggi più o meno famosi, il gusto di guardare in casa del vicino...

A parte questo aspetto televisivo deteriore, la ricerca del realismo che cosa implica nel vostro lavoro di produzione?

Nel nostro lavoro porta ad effetti positivi, ad esempio a casting con gente vera o anche con attori ma non più, per fortuna, con i modelli che hanno imperversato per anni negli spot. Dunque casting più credibili ed interessanti, un tipo di recitazione che non è più sopra le righe, falsa, ma comincia ad essere quasi cinematografica, anche ad un trattamento del film sempre più cinematografico. Sono 30 secondi di cinema, lo spot diventa quasi un trailer cinematografico e quindi, come il cinema, appare più credibile e realistico, ci consente in pochi secondi per entrare nel personaggio o nella situazione, perché tutto è più verosimile.
Come regista, quello che cerco oggi nella pubblicità è di rispecchiare il miglior lato possibile delle cose, di partire dalla realtà e mostrarne il lato buono; io penso – e forse il discorso potrebbe valere anche in senso più ampio - che non ci sia il brutto o il bello ma ci sia un modo di guardare che può rendere belle anche le cose più quotidiane, più comuni, che con una certa inquadratura, una certa luce, possono rivelare una loro bellezza intrinseca.

Oltre a questa, vedi altre tendenze della pubblicità di oggi?

Sì, un’altra direzione è quella di fare campagne estremamente semplici e concettuali, come nel film Coop, a cui sono particolarmente legato, in cui un ventilatore – che simboleggia l’aumento dei prezzi - porta via da una valigetta le banconote, che vengono trattenute da un sacchetto Coop: quindi una pubblicità intelligente, fatta magari di oggetti quotidiani, con un valore fortemente simbolico.
Questo è uno degli effetti positivi di questo momento di crisi, quello di doversi spremere molto le meningi per rappresentare un’idea con pochi mezzi: del resto anche i Leoni di Cannes spesso vengono vinti da film di paesi poveri, in cui i budget sono molto ridotti sia per quanto riguarda la produzione che la pianificazione e dunque richiedono idee molto forti, che puntano ad un target specifico. In fondo non si può piacere a tutti, bisogna fare delle scelte.

Parliamo invece di un lavoro un po’ particolare: il film Lorenz ...

Lorenz è stata un’operazione molto interessante, un’esperienza che speriamo di proseguire in futuro: abbiamo coinvolto una decina di giovani registi, che non avevano mai lavorato in pubblicità, in una gara, mettendo loro a disposizione un operatore, la bobina e un tema, che è per l’appunto ‘Sento l’attimo’. Tra i corti realizzati, uno è stato premiato e tutti hanno contribuito alla realizzazione del filmato finale: il risultato è molto bello perché ciascuno aveva almeno un momento, un’immagine di grandissima forza espressiva, quindi il film che monta tutti questi momenti top è davvero eccezionale.
Ma non è raro per noi cercare di fare cose che esulano un po’ dagli schemi canonici: cito la nostra sezione Beat, nata per produrre videoclip ma che poi in realtà è diventata la nostra sezione dei progetti ‘strani’: abbiamo fatto un film interattivo per il web, stiamo lavorando ad una serie per MTV, abbiamo prodotto l’affissione più grande d’Europa... insomma, tante cose interessanti, fatte con molta passione e pochi soldi...

E’ l’interattività la nuova frontiera della creatività?

Sì, anche se il concetto è inafferrabile, cambia continuamente. Il punto centrale è però uno: sempre di più la pubblicità deve tenere presente il pubblico come un interlocutore intelligente, un giocatore al tuo tavolo, con cui stai giocando una partita, che non può più essere considerato in modo subalterno, passivo rispetto al messaggio. Una volta la pubblicità parlava e il pubblico ascoltava; adesso il pubblico risponde, fa delle scelte, diventa partecipe del progetto.
E non c’è bisogno di pensare ad Internet, basta pensare alle possibilità che si stanno aprendo con il digitale terrestre, che in fondo è molto vicino alla tradizionale televisione...

Ma la tecnologia , e in particolare l’uso degli effetti speciali, sembra andare in direzione contraria rispetto a quella tendenza al realismo di cui si parlava?

E’ vero, negli ultimi anni abbiamo visto un sacco di filmati pieni di effetti speciali, di oggetti, personaggi, paesaggi che si trasformavano... Certo, questo tipo di creatività va esattamente nella direzione opposta rispetto alla ricerca del quotidiano.
Però oggi è diverso, oggi usiamo forse anche di più il digitale, perché ci aiuta in fase di produzione: nel film Yomo, in cui c’è un bambino sulla neve, mica siamo andati sulla neve a girarlo, anzi, stavamo girando al mare... l’abbiamo ripreso in teatro su un fondo blu e poi abbiamo aggiunto la neve; poi abbiamo creato in post-produzione un effetto di grana perché tutto sembrasse girato in super 8 , come un filmato domestico.
Quindi gli effetti ci sono, eccome, però non si vedono più; è ormai consueto usare la post-produzione per risolvere problemi logistici, tecnici, ma l’effetto speciale è diventato strumentale, non fine a se stesso.

L’effetto speciale che non si vede... capita spesso?

Quasi sempre: ad esempio, nel film BMW ‘Sasso’ ci servivano due giorni di riprese con luce del tramonto, avevamo tutto pronto, con 4 macchine da presa e il secondo giorno pioveva, con previsione di maltempo per i successivi 5 giorni: in questi casi, o chiudi baracca e burattini e torni a Milano, blocchi tutto, rimandi la messa in onda, oppure giri con la luce che c’è e poi ti aiuti con la post produzione per mettere il sole dove non c’era, per scaldare la luce; anche se, certo, un po’ di sole ci vuole comunque....
Oppure nel filmato Coop: per ottenere un volo delle banconote che fosse bello da vedere, potente, abbiamo girato le banconote separate dal resto della scena, poi abbiamo ripreso il ventilatore con un’altra angolazione; quindi quello che sembra un film semplicissimo ha richiesto in realtà un gran lavoro di post-produzione.

Tornando alla produzione: che cosa caratterizza il vostro modo di lavorare?

Quello che ci ha caratterizzato fin dall’inizio è il fatto di essere una casa di produzione fortemente orientata alla regia, tanto da essere stati i primi ad avere, oltre a tre soci con una lunga esperienza di produttori, anche un partner regista.
Questo comporta da un lato la ‘solidità’ delle nostre produzioni, la capacità di far fronte a produzioni anche grosse, dall’altro la possibilità di disporre internamente di un’esperienza, un know how, ma anche un ricco archivio di location, attori... insomma, tutto un lavoro che io svolgo quotidianamente e che rimane a disposizione della struttura, improntando fortemente tutto il modo di lavorare dal punto di vista creativo.

E la scelta dei registi esterni, come avviene?

Noi tendiamo a proporre solo registi che conosciamo, di cui abbiamo sperimentato il valore, la solidità, e con cui abbiamo un rapporto di fiducia reciproca; è importante che, soprattutto quando un regista straniero viene a lavorare in Italia, possa farlo con una certa tranquillità, il che consente a noi di ottimizzare i costi e al regista di dare il meglio dal punto di vista qualitativo.
A costo di perdere una gara, noi cerchiamo di proporre il regista giusto per quella campagna: a volte un regista che ‘sente’ quella storia, quell’idea, può tirarne fuori le potenzialità nascoste, che nessuno prima di lui aveva visto. E a noi non importa guadagnare un po’ meno, se il film alla fine viene molto più bello.

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6 dicembre 2019
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