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Carolina Poggesi
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Ispirazione e produzione creativa. L’ispirazione ci accompagna, e come si dice non dà preavvisi, la produzione spesso conferma le idee e il lavoro di team produce sempre i migliori risultati.

Carolina Poggesi

Carolina Poggesi
Content Creator, Copywriter, Studentessa presso Poli.Design, consorzio del Politecnico di Milano, Master in Brand Communication

Come nasce l'ispirazione, per un creativo di oggi? Dove traiamo la nostra "ispirazione" che ci porta a rivelare ciò che esiste ma è nascosto?

L’ispirazione è come un sussulto che arriva senza preavviso. Arriva e basta. Io non avevo mai pensato di “dissacrare” il mio corpo, la mia pelle con un tatuaggio. Avevo sempre pensato fosse impuro. Ma un giorno, nel fiore della vita, a venti anni, quando mi trovavo sola negli Stati Uniti, gettatami senza indugio, in un’avventura professionale e personale oltreoceano, che ha schiuso il fiore della consapevolezza della donna che sarei diventata, ho avuto un’illuminazione. Un’epifania, se vogliamo usare un termine Woolfiano. Con parole mie, lo definirei un sussulto, un urto. Un sussulto nello stomaco è quello che ho sentito una mattina di inizio Settembre, nel mio appartamento condiviso in Good Luck Road, nel Maryland, mentre mi esercitavo con i miei allenamenti mattutini prima del lavoro. Right here, right now (Qui e ora) è la frase che è arrivata all’improvviso e che poi ho deciso di rendere indelebile sulla mia pelle un mese dopo, in un luogo importante per me nella West Coast.

Quando mi chiedono cosa ci sia scritto sulla mia pelle, racconto questa storia, usando un termine disarmonico: dico che “ho vomitato” quella frase. Sì, vomitato, perché è uscita dalla mia bocca come un conato. Solo successivamente ho capito che era il frutto maturato dentro di me negli anni dell’adolescenza, anni passati in cerca della “verità”, attraverso un intenso lavoro introspettivo, rigirando come calzini le parole di Socrate, Platone, Nietzsche e gli altri amici del club di Filosofia. E si manifestava proprio in quel preciso momento, quasi a conclusione di quella esperienza dove sono sbocciata. Era la festa di benvenuto con cui la vita aveva deciso di accogliermi nel modo degli adulti. Per approfondire quello che ho cercato di esprimere in questa breve risposta, consiglio un libro a me molto caro, “La mente di Dio”, di Paul Davies, uno scienziato ateo, che parla di Dio e della scienza, di ragione e fede. Sebbene dichiari di essere “un adepto incrollabile del metodo scientifico”, nel primo capitolo affronta proprio il tema dell’ispirazione in cui di scientifico c’è apparentemente ben poco. Riporto un estratto: “La chiave dei più importanti successi della scienza spesso consiste nell’ispirazione o in liberi salti dell’immaginazione. In tali casi un fatto importante o una congettura si affaccia già pronta alla mente del ricercatore, e solamente dopo se ne trova la giustificazione mediante l’argomentazione razionale.

Come si verifichi l’ispirazione è un mistero che solleva molti interrogativi. Le idee hanno forse un tipo di vita indipendente cosicché sono di quando in quando “scoperte” da una mente ricettiva? Oppure l’ispirazione è una conseguenza di un normale ragionamento che ha luogo tacitamente nel subconscio, il cui risultato viene consegnato alla coscienza quando è completo?”. Quando quella mattina in America ebbi quel sussulto un punto preciso del libro ricorse alla mia mente; un passo nella prefazione in cui lo scienziato cerca di capire quale sia l’origine che spinge l’uomo di scienza a indagare su quel preciso tema che argomenta così: “rimane quel vecchio problema della fine della catena esplicativa. Per quanto le nostre spiegazioni scientifiche possano essere coronate dal successo, esse incorporano sempre certe assunzioni iniziali. Per esempio, una spiegazione di un fenomeno in termini fisici presuppone la validità delle leggi della fisica, che vengono considerate come date. Ma ci si potrebbe chiedere da dove hanno origine queste leggi stesse. Ci si potrebbe persino interrogare sull’origine della logica su cui si fonda ogni ragionamento scientifico. Prima o poi tutti dobbiamo accettare qualcosa come dato, si esso Dio, oppure la logica, o un insieme di leggi, o qualche altro fondamento dell’esistenza.” Tutto il ragionamento mi porta inevitabilmente ad affermare che l’ispirazione va a braccetto con l’intuizione.

Come riconoscere la consapevolezza delle proprie competenze nel nostro ambito lavorativo? Come misurarsi con questo aspetto nello svolgimento dell'attività professionale?

Sono un tipo molto, (troppo) emotivo e il modo in cui conduco la autoanalisi (interiore, esteriore o professionale che sia) lo definirei quasi trascendentale. E’ chiaro che bisogna tener conto della conoscenza sensibile delle nostre capacità. Anzi, a mio avviso, per come sono abituata a prendere consapevolezza di ciò che possiedo intellettualmente, mi sento di poter affermare che, è proprio partendo da un sincero esame di coscienza professionale che possiamo arrivare a definire e a trasmettere chi siamo, cosa possiamo offrire e in quale misura, anche in ambito lavorativo. Lo definirei un armonico incontro tra intelligenza emotiva e sensibile, dove c’è rispetto tra le due parti. E chi ci ascolta, ci osserva, gravita intorno a noi lo percepisce. Su questo non ho alcun dubbio.

Chi ha un’intelligenza emotiva affinata è più avvantaggiato, sebbene sia necessario uno sforzo per tenere a bada l’aspetto emozionale. Per chi invece non detiene questo dono, la strada può essere più complessa. Nella mia esperienza formativa e lavorativa ho potuto notare che chi propende verso un approccio più razionale, spesso, tende, non tanto ad affermare le proprie competenze, ma ad imporle.

Sono convinta che solo attraverso un viaggio introspettivo si arriva all’autentica consapevolezza delle nostre conoscenze e capacità. Senza la componente emotiva, non possiamo arrivare ad un’autoanalisi autentica, conosciamo le nostre competenze solo attraverso il Velo di Maya e non possiamo dire di conoscere davvero ciò che possediamo e di conseguenza non possiamo essere in grado di restituirlo agli altri. La componente emotiva serve per alzare il Velo di Maya, per arrivare ad una consapevolezza autentica delle nostre competenze. E’ un processo che deve svilupparsi dall’interno verso l’esterno e non il contrario.

Nel nostro mondo condiviso non ci si può più permettere di agire da soli. Con chi costruire alleanze per rispondere alle esigenze del mercato di oggi?

Come conseguenza di quanto ho affermato sopra, credo che la chiave vincente per una buona riuscita nelle nostre imprese e sfide lavorative, sia un connubio di personalità differenti, ma in grado di parlare la stessa lingua, cavalcare la stessa onda, in poche parole e banalmente, persone con cui sentirsi in sintonia. Ecco che ritorna ancora una volta l’esperienza emotiva. Anche senza “hard skills” troppo sofisticate, se c’è armonia si possono raggiungere eccellenti risultati e il mio ultimo progetto ha confermato proprio questa mia teoria.

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Ultimo aggiornamento:
26 marzo 2021
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